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Una testimonianza al maschile…

testimonianza maschileFrancesco Scaccino
19 novembre alle ore 14:38

Oggi è passato un anno.
Un anno fa, a quest’ora, stavo affrontando il mio primo giorno di ricovero.
Varcai la soglia della residenza DCA Residence Cabrini impaurito, con un corpo vuoto, esile quanto sfinito, ma con una testa piena di pensieri disfunzionali, malati, autolesivi.
L’anoressia è stata padrona della mia vita per tanti anni. La sua voce, le sue parole che urlava nella mia mente, avevano più risonanza di qualsiasi altro suono, di qualsiasi altra parola, persino di quelle di specialisti o della mia famiglia.
Più volte dai medici mi è stato ripetuto che le mie condizioni fossero gravi, che stavo mettendo a serio rischio il mio corpo, la mia vita, ma nulla di tutto ciò mi sfiorava. A furia di ascoltare LEI ero diventato sordo, a furia di seguire LEI ero diventato cieco. I miei occhi sono stati per tanto tempo appannati dalla dispercezione: durante un colloquio nutrizionale, la mia nutrizionista del centro mi spiegò che agli occhi di chi non c’è dentro può sembrare qualcosa di fantascientifico, ma invece è un reale meccanismo insito nel disturbo. Non si vede più la realtà, il mio riflesso era sempre più grasso, e il piatto che mi ritrovavo davanti era sempre più pieno.
Non è stato un percorso facile, anzi, forse una delle prove più difficile che abbia affrontato in 19 anni, ma sicuramente la più efficace.
Quanto è stato difficile lasciarsi alle spalle la porta di casa ? Quanto è stato difficile vedere in lacrime e lasciare la mano dei miei genitori ?
Era ora di pranzo quando mi diressi per la prima volta in sala-terapia ( i pasti erano chiamati terapie, in quanto il cibo era medicina ), e in quel momento il disturbo si dimenò come non mai: non avevo più il controllo, ma questo era nelle mani dei medici. Allora lo vedevo come un male, adesso lo vedo come una salvezza.
Il primo passo che ho dovuto compiere è stato quello di prendere consapevolezza di avere una malattia. Esatto, perché il disturbo urlava nella mia testa che non fossi “ancora malato”, non fossi “abbastanza grave”, ma che al contrario fossi “sano”. Ad oggi, però, ho la consapevolezza che pensare di non aver toccato il fondo, in realtà è il fondo stesso.
Eppure un tempo quella voce era così persuasiva, così convincente, che mi ha portato a ridurmi un insieme di ossa. Un corpo tagliato e spento, sul mio volto un sorriso non riusciva ad essere presente per più di due secondi, per non parlare della mia anima: un insieme di briciole.
Mentre lavoravo singolarmente con il mio psicologo, durante la giornata ero impegnato in diversi gruppi psicologici, nutrizionali, gruppo obbiettivi della settimana, e persino attività fisioterapiche: in questo modo i sensi di colpa avevano meno spazio ed io continuavo a toccare sempre più con le mie mani la realtà, ero malato.
Con la mia nutrizionista, invece, ricominciavo ad alimentarmi in modo adeguato: passo dopo passo ho iniziato a portare a termine tutte le terapie, ho abbandonato i miei atteggiamenti disfunzionali ( ci sono voluti molti richiami e correzioni in sala terapia, ma poi ce l’ho fatta! ) ed ho ricominciato ad assumere cibi “normali”.
Il mio percorso, tuttavia, non si è concluso come tutti gli altri, in quanto la lontananza da casa ha iniziato a fare troppo male, mi mancava la mia famiglia, i miei pochi affetti rimasti, e così decisi di salire sul treno e ritornare sulla mia tanto amata isola.
Ero spaventato, non ero neanche certo di riuscire a tenere testa all’anoressia, ma, oltre ad avere le tante risorse imparate in quel centro, dalla mia parte avevo la volontà di voler vincere! E così, non vissi la mia dimissione come una sconfitta, bensì come un punto di partenza: questa volta verso la vita!
Senza ascoltare quella voce onnipresente, chiesi aiuto alla mia terapeuta ( chiedere aiuto: un altro aspetto a cui ho dedicato tanto tempo nel ricovero ). Mi ha preso per mano, e ha continuato il lavoro lasciato dalla mia equipe. Insieme abbiamo analizzato le cause che mi avevano portato ad ammalare, quelle superficiali e quelle più nascoste, le abbiamo accettate, e superate. Attraverso la psicoterapia ho ricominciato a scoprire la vita, ho ripreso l’università, ho imparato che una giornata negativa può capitare, ma, finché Dio vuole, c’è sempre il domani per ricominciare e migliorare.
Tra le due foto sono passati 365 giorni, e guardandole ciò che mi colpisce non è solo il peso recuperato, ormai i numeri non fanno più parte di me. Nella foto di sinistra purtroppo non vedo Francesco, vedo solo malattia. Nella foto di destra, vedo finalmente me stesso. Un ragazzo nuovo, sano, felice. I miei giorni non sono perfetti, ho imparato che la perfezione non esiste, ma sono bellissimi così. La mia rinascita mi ha portato ad apprezzare tutto ciò che mi circonda, a sentirmi fortunato nell’aprire gli occhi ogni mattina.
Ho un passato alle spalle difficile, diverso da quello di chiunque altro adolescente, ma è lo stesso che mi ha reso un guerriero.
Vorrei rivolgermi a chi sta ancora combattendo questa battaglia: smettete di cercare il fondo, è una ricerca vana, deludente e senza meta, lo confermo io che non ho fatto altro che impegnarmi in essa per tanti lunghi anni, perdendo momenti e giorni che nessuno mi ridarà indietro. Iniziate piuttosto a cercare voi stessi, ritrovando e stringendo nuovamente tra le vostre mani la vostra vita.
Mi sento di ringraziare tutta l’equipe del centro e i miei compagni di viaggio, la dottoressa del policlinico di Napoli che mi ha indirizzato a Pontremoli, e la mia psicologa, senza di loro a quest’ora non sarei qui a scrivere tali parole.
Inoltre, un infinito grazie lo devo sicuramente alla mia famiglia e a chi mi è stato accanto: grazie per non aver mai smesso di “combattere contro i mulini a vento”.
In questo anno di cadute ce ne sono state tante, sono sceso nell’oscurità senza vedere più una luce, ma con le stesse gambe mi sono anche rialzato. Nella mia vita il disturbo finalmente ha lasciato posto alla felicità, all’amore, alla vita.
Hai perso anoressia, non hai più voce, ho vinto io

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